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Le perdite fiscali delle start up innovative

La disciplina della start up innovative riguarda le Spa, le Srl, le Sapa e le cooperative. E’ necessario che tali soggetti siano residenti in Italia per la maggior parte del periodo d’imposta (almeno 181 giorni) e che la sede dei propri affari sia in Italia.

Tuttavia, possono accedere alla disciplina delle start up innovative anche società residenti in stati membri dell’Unione europea, purchè svolgano, un’attività d’impresa in Italia, per mezzo di una stabile organizzazione.

Se una società residente in uno degli stati membri dell’Ue svolge attività d’impresa in Italia, tramite una stabile organizzazione, può accedere alla disciplina delle start up innovative

Quello della residenza in Italia è solo uno dei requisiti che una società deve possedere per poter essere qualificata come start up innovativa. Gli altri sono elencati di seguito:

  • deve essere stata costituita e svolgere attività d’impresa da non più di 60 mesi;
  • a partire dal secondo anno d’imposta, il valore totale della produzione netta deve essere superiore a 5milioni di euro;
  • non deve distribuire utili;
  • come oggetto esclusivo o prevalente, deve avere la produzione/commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico;
  • la costituzione della società non deve essere avvenuta tramite operazioni straordinarie (ad esempio fusioni, cessioni di rami d’azienda).

Il senso di quest’ultima prescrizione è ovvio: deve trattarsi di una start up non solo in senso formale ma anche sostanziale, ossia l’attività svolta deve davvero essere nuova, nel senso di non esercitata in precedenza, neppure da un soggetto giuridicamente (leggasi formalmente) diverso dalla società medesima.

Ai predetti requisiti se ne aggiungono altri tre che devono sussistere alternativamente l’uno all’altro. E, dunque:

  • la società deve sostenere spesa in ricerca e sviluppo in misura superiore o uguale al 15% del maggior valore tra il costo e il valore totale della produzione;
  • nella propria forza lavoro deve essere presente, in misura pari a 1/3 di quella complessiva, personale in possesso di dottorato di ricerca o personale in possesso di laurea che abbia svolto attività di ricerca, presso istituti pubblici (in Italia e/o all’estero) da almeno 3 anni; inoltre che impieghi personale in possesso di laurea magistrale, per una quota superiore o uguale ai 2/3 della forza lavoro complessiva;
  • deve essere titolare o depositaria o licenziataria di almeno una privativa industriale relativa ad una invenzione industriale, biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una varietà vegetale; ovvero sia titolare dei diritti relativi ad un programma per elaboratore originario registrato presso il Registro pubblico speciale per programmi per elaborazione, purchè tali privative siano direttamente afferenti all’oggetto sociale e all’attività dell’impresa.

Le agevolazioni riconosciute alle start up innovative sono numerose e attinenti a vari ambiti (quello fiscale, societario ecc.). Le start up innovative, ad esempio, possono costituirsi per atto pubblico redatto da un notaio ma anche mediante un documento informatico firmato digitalmente e, dunque, in assenza dell’intervento del notaio.

Sempre con l’obiettivo di favorire la nascita e lo sviluppo di tali soggetti portatori, nelle intenzioni del legislatore, del know how necessario all’innovazione, sono stati agevolati anche coloro che decidono di investire in tali società.

I soggetti Irpef, infatti, potevano detrarre, dalle proprie imposte, una quota pari al 19% della somma investita nel capitale di una start up innovativa, con un limite massimo di investimento che, dal 1° gennaio 2017, è stato portato a 1milione di euro (sino al 31 dicembre 2016, il limite di investimento massimo era di 500mila euro). La quota detraibile per investimenti in start up innovative a vocazione sociale, invece, è pari al 25% della somma investita. I soggetti Ires, invece, possono dedurre dall’imponibile fiscale, una quota pari al 20% della somma investita (la percentuale sale al 27% nel caso di investimento in start up innovativa a vocazione sociale), con un investimento massimo ammissibile pari a 1.800.000 euro. In questo caso, per poter beneficiare della deduzione fiscale, il legislatore ha previsto un ulteriore limite: l’investimento, infatti, deve essere mantenuto per almeno 3 anni.

A partire dal 1° gennaio di quest’anno, la quota di investimento deducibile/detraibile è stata innalzata, per tutti i soggetti, al 30% (senza distinzione fra start up innovative “normali” e quelle a vocazione sociale). Inoltre, sempre a partire dal 1° gennaio 2017, la quota di detrazione non fruibile per incapienza, può essere riportata negli esercizi successivi ma non oltre il terzo.

Fra le numerose agevolazioni previste, dal legislatore, a favore delle start up innovative, vi è la possibilità di fruire di una detrazione (soggetti Irpef)/deduzione (soggetti Ires), fiscale commisurata alle somme investite in tali società. Tale agevolazione è stata modificata e, per certi versi, ampliata a partire dal 1° gennaio 2017

La Legge di bilancio per il 2017 ha, però, introdotto una ulteriore agevolazione in favore di start up innovative partecipate da società quotate. Se, infatti, una start up innovativa è partecipata, con una quota di almeno il 20% da una società con azioni quotate su un mercato regolamentato, può cedere le perdite fiscali, realizzate nei primi tre anni di attività, alla società quotata partecipante.

La cessione della perdita può avvenire a condizione che:

  • le azioni della partecipante siano negoziate in un mercato regolamentato o in un sistema multilaterale di negoziazione, di uno degli Stati Membri dell’Unione europea e degli Stati aderenti all’accordo sullo spazio economico europeo, con il quale l’Italia abbia stipulato accordi che assicurino l’effettivo scambio di informazioni;
  • il diritto di voto esercitabile in assemblea ordinaria sia almeno pari al 20%;
  • la società partecipata non svolga attività immobiliare;
  • la cessione abbia ad oggetto l’intero ammontare delle perdite realizzate;
  • le due società (la cedente e la cessionaria) abbiano esercizi sociali coincidenti;
  • la partecipazione susista al termine del periodo d’imposta con riferimento al quale avviene la cessione delle perdite;
  • la cessione sia perfezionata entro il termine di presentazione della dichiarazione dei redditi.

La modalità di cessione del credito è la medesima di quella prevista per la cessione dei crediti d’imposta. Infatti essa può avvenire tramite notifica all’Agenzia delle entrate o alcentro operativo di servizio presso il quale è stata presentata la dichiarazione dei redditi del cedente ovvero al concessionario del servizio della riscossione.

A fronte delle perdite fiscali ricevute, la società partecipante, deve riconoscere una remunerazione alla cedente, con una somma di denaro pari all’ammontare dell’Ires calcolata sull’ammontare delle perdite cedute. La remunerazione deve essere riconosciuta entro 30 giorni dal termine per il versamento del saldo delle imposte relativo al medesimo periodo d’imposta.

Le perdite acquisite dalla società partecipante, inoltre, possono essere portate in diminuzione dal reddito complessivo dello stesso periodo d’imposta cui le perdite si riferiscono e l’eventuale eccedenza può essere utilizzata nei successivi periodi, nei limiti del reddito imponibile per ciascuno di essi.

Infine, in riferimento ai periodi fiscali ai quali i riferiscono le perdite, la start up innovativa, non può optare per i regimi della trasparenza fiscale, del consolidato fiscale e mondiale.

Daniele Di Teodoro
Dottore commercialista – Revisore contabile

 

Le rimanenze di magazzino: i vari metodi di valorizzazione

Uno dei problemi con i quali l’estensore del bilancio d’esercizio si trova a dover fare i conti è l’iscrizione in bilancio delle rimanneze di magazzino, ossia quei beni già acquistati dall’impresa ma che, alla data in cui si considera chiuso l’esercizio civilistico/fiscale, non ancora sono state vendute (merci) o utilizzate nel processo produttivo (materie prime, materiali di consumo).

Il primo aspetto da valutare, prima di poter iscrivere i beni fra le rimanenze di magazzino è la titolarità del diritto a farlo, da parte dell’impresa. Ossia: l’impresa è proprietaria dei beni o no? Pertanto, occorre verificare il momento in cui avviene il passaggio di proprietà dei beni.

Secondo le regole generali, il criterio per individuare il momento del passaggio di proprietà del bene, è diverso fra i beni mobili e quelli immobili. Per i primi, il passaggio di proprietà avviene al momento di spedizione o di consegna dei beni. Tuttavia, questo non è ancora sufficiente per definire se il passaggio di proprietà è avvenuto o meno. Occorre, infatti, anche dare rilievo al criterio sostanziale, in base al quale il passaggio di proprietà di un bene avviene nel momento in cui si ha anche il passaggio dei rischi, relativi al bene medesimo, dal venditore all’acquirente. Dunque, riepilogando, per i beni mobili la consegna o spedizione dei beni è condizione necessaria ma non sufficiente perchè si abbia il passaggio di proprietà degli stessi. A tale fine occorre anche vedere il momento in cui avviene il trasferimento del rischio.

Per i beni immobili, invece, il passaggio di proprietà del bene coincide con quello della stipula del contratto di compravendita.

Iscrivere le rimanenze di merci in bilancio, fra le rimanenze di magazzino, presuppone la verifica del momento nel quale avviene il passaggio di proprietà delle stesso

Detto questo, fra le rimanenze di magazzino occorre iscrivere:

  • i beni giacenti preso stabilimenti e magazzini della società (sono esclusi, ovviamente, quelli ricevuti in prova, in conto lavorazione e/o deposito da terzi e che non sono, dunque, di proprietà dell’impresa);
  • i beni in giacenza presso terzi in prova, conto lavorazione e/o deposito;
  • i beni acquistati (per i quali già è avvenuto il passaggio di proprietà in base ai criteri sopra individuati) ma non ancora pervenuti presso i magazzini dell’impresa, ossia i beni ancora in viaggio alla data del 31 dicembre.

Aver individuato i beni per i quali sussiste il presupposto per la loro iscrizione in bilancio non è sufficiente. Occorre dare loro anche un valore, è necessario valorizzarli, insomma.

Le regole in vigore prevedono che i beni giacenti alla fine dell’esercizio, vengano valutati al costo d’acquisto o di produzione, oppure al minore fra il costo storico e il valore di mercato. Questo perchè, qualora il valore delle merci in giacenza in magazzino si è ridotto per effetto dell’andamento dei prezzi di mercato, non è più possibile mantenere in bilancio il maggior valore loro attribuito sulla base del costo sostenuto in origine per acquistarle ed occorre, dunque, procedere ad una loro svalutazione, adeguandone, appunto, il valore a quello desunto dall’andamento del mercato.

Cosa si intende per costo storico e cosa, invece, per costo d’acquisto? Bè, è piuttosto intuitiva la cosa. Il costo storico non è altro che il complesso dei costi sostenuti per acquisire la proprietà dei beni nel loro attuale sito e condizione (quindi comprende anche tutti i costi sostenuti per manipolare il bene e ottenerlo nelle condizioni in cui si trova attualmente, nei magazzini dell’impresa). Il costo d’acquisto, invece, è il prezzo effettivamente sostenuto per l’acquisto del bene più tutti gli oneri accessori (sono esclusi solo gli oneri finanziari, sostenuti, ad esempio per ottenere il finanziamentio necessario all’acquisto della merce). Del prezzo d’acquisto fanno parte le spese di trsporto, quelle doganali e tutte le altre spese direttamente imputabili al bene. Invece i resi, gli sconti commerciali, gli abbuoni e i premi vanno portati a riduzione del costo d’acquisto.

La determinazioen del costo dei beni in magazzino può essere fatta tenendo conto di due configurazioni di costo alternative fra loro, il full cost (che tiene conto di tutti i costi riferibili al bene, quelli di diretta imputazione e quelli indiretti) o il direct cost che, invece, tiene conto solo dei costi di diretta imputazione alle merci. Ma, magari, l’approfondimento di questo argomento, lo lasciamo ad un successivo articolo.

Dopo aver definito quali beni includere fra le rimanenze da iscrivere in bilancio, occorre valorizzare i beni stessi

La valorizzazione dei beni in magazzino impone di scegliere una metodologia, ossia una serie di procedure che, a partire da date ipotesi, attinenti le modalità di rigiro del magazzino, consentono di determinare il valore dei beni.

I criteri o metodi di valorizzazione del magazzino sono il Fifo (first in first out) che presuppone che i beni acquistati per primi siano anche i primi ad essere estratti dal magazzino perchè venduti (merci) o impiegati nel processo produttivo volto all’ottenimento delle merci (materie prime e materiali di consumo); il Costo medio ponderato, con il quale a ciascun bene in magazzino viene attribuito un valore ottenuto dividendo il valore complessivo del magazzino per il numero dei pezzi in giacenza, la media viene ponderata per i valori di scarico delle giacenze; il Lifo (last in first out) che, a differenza del fifo, presuppone che i beni acquistati per ultimi siano i primi ad essere estratti dal magazzino. Tale metodo è ancora ammesso dalle regole italiane ma non dagli Ias, i principi contabil internazionali.

I calcoli necessari per l’applicazione dell’uno o dell’altro metodo sono piuttosto semplici, tuttavia qui non è questo quel che interessa. Quello che qui interessa mettere in risalto sono le diverse implicazioni derivanti dalla scelta dell’uno o dell’altro metodo.

la scelta del metodo di determinazione del valore delle giacenze di magazzino ha riflessi non trascurabili sui risultati del bilancio d’esercizio

La scelta dell’uno o del’altro metodo non è ininfluente sui risultati di bilancio. Infatti con il Fifo, il valore attribuito, in stato patrimoniale alle giacenze di magazzino risulta quello relativo agli acquisti o produzioni più recenti. Pertanto, il magazzino risulta valorizzato a valoti attuali. Tuttavia, con questo metodo si tende a contrapporre, nel conto economico, ai ricavi recenti costi meno recenti. In contesti con elevata inflazione (che non sono quelli che stiamo attualmente vivendo), tale metodo di valutazione consente di ottenere buoni risultati di bilancio (utili più elevati o perdite più basse), proprio perchè i costi più “vecchi” vengono contrapporti a ricavi più recenti.

Con il Lifo (che, si è premesso, è un metodo non più accettato dai principi contabili internazionali), i risultati sono opposti. In primo luogo, in stato patrimoniale, al magazzino vengono attribuiti dei valori “vetusti”, che riflettono, cioè, prezzi di mercato più vecchi. Tuttavia, in fase di prezzi crescenti, il Lifo consente di attenuare, nel conto economico, gli effetti dell’inflazione, contrapponendo a ricavi “recenti” costi altrettanto “recenti.

Dunque e riepilogando, con il Fifo il valore attribuito al magazzino rispecchia gli ultimi valori di mercato, mentre con quello Lifo, il valore attribuito ai beni in magazzino riflette condizioni di mercato non più attuali e, dunque, quest’ultimo produce, nello Stato patrimoniale, una distorsione dell’esprimere la valutazione di magazzino.

In conto economico, invece, si ha un effetto opposto, in quanto con il Fifo si contrappongono a ricavi più recenti, costi più remoti nel tempo (amplificando gli effetti dell’inflazione e determinando, di conseguenza, un maggiore utile o una minore perdita). Con il Lifo l’effetto è opposto e, dunque, a ricavi recenti si contrappongono costi recenti, attenuando, a differenza che con il metodo precedente, gli effetti dell’inflazione.

Daniele Di Teodoro
Dottore commercialista – Revisore contabile

La liquidazione “incompleta” legittima la revoca della cancellazione dal Registro delle imprese

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La fase liquidatoria di una società, prevede una serie di passi successivi, che vanno dall'accertamento, ad opera degli amministratori, della causa di scioglimento, al deposito del bilancio finale di liquidazione nel Registro delle imprese per la successiva cancellazione, dallo stesso Registro, della società.

Ma quando la fase liquidatoria non è completa, nel senso che dal bilancio finale di liquidazione emergono ancora attività non liquidate e/o passività non liquidate, è legittimo chiedere, da parte del liquidatore, la cancellazione della società dal Registro imprese?

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L'incompletezza della fase liquidatoria, legittima il Giudice del Registro a revocare la cancellazione della società, dal Registro delle imprese

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A tale riguardo si ricorda che, compito del liquidatore è quello di liquidare gli asset dell'impresa, saldare i creditori e dopo, solamente dopo aver elaborato il bilancio finale di liquidazione dal quale risultano l'eventuale residuo di liquidazione e le quote di spettanza dei soci, e dopo l'approvazione da parte di questi ultimi del documento, il liquidatore procederà al deposito del bilancio presso il registro delle imprese, chiedendo, contestualmente, la cancellazione della società.

Termineta le fasi predette, ferma restando l'estinzione della società come soggetto giuridico, i creditori non soddisfatti, potranno far valere le loro pretese nei confronti dei soci, sino a concorrenza delle somme da questi riscosse. Se invece, il mancato soddisfacimento dei creditori dovesse dipendere da colpa del liquidatore, i creditori potranno far valere le proprie pretese nei suoi confronti. In buona sostanza, sempre presupponendo il corretto operato del liquidatore, gli eventuali rapporti giuridici ancora in essere dopo la cancellazione, si trasferiranno dalla società ai soci.

Ci si riferisce, però, a situazioni che presuppongono il corretto operato del liqudatore. Ma se, invece, dal bilancio finale di liquidazione dovessero emergere delle irregolarità nell'operato del liquidatore che abbiano comportato una erronea liquidazione delle poste debitorie, creditorie, dei beni mobili e/o immobili, tale circostanza giustificherebbe l'operato del giudice del Registro, il quale, d'ufficio, può, del tutto legittimamenter, disporre la revoca della cancellazione della società e, ovviamente, richiedere che le operazioni vengano eseguite correttamente.

Ciò è quanto accaduto a Roma, dove il Giudice del registro (su ricorso di una snc), con decreto ha disposto la cancellazione dell'estinzione di una srl in liquidazione.

Daniele Di Teodoro
Dottore commercialista - Revisore contabile[:]

Le chiusure di fine anno

Ebbene ci siamo, con l’avvicinarsi del 31 dicembre si avvicina il momento in cui le imprese dovranno iniziare a pensare alle operazioni contabili preliminari che porteranno all’elaborazione del bilancio d’esercizio 2016.

Ma prima di procedere con le operazioni di assestamento e di chiusura vere e proprie, sarà opportuno effettuare una serie di verifiche circa la correttezza delle rilevazioni contabili effettuate nei dodici mesi che precedono.

E’ bene far precedere le operazioni di assestamento e chiusura da una serie di controlli propedeutici volti ad accertare la correttezza delle rilevazioni contabili, effettuate nel corso dell’esercizio che si avvia a conclusione

Tali controlli preliminari sono volti, come già accennato, a verificare che le registrazioni contabili dei mesi precedenti siano correttamente avvenute e/o, che non siano state tralasciate registrazioni che, invece, andavano fatte.

Fra le operazioni di controllo preliminare citiamo, di seguito, quelle un po’ più rilevanti, senza voler, naturalmente, essere esaustivi.

Ad esempio, proma di procedere con le scritture di assestamento di fine esercizio, sarà opportuno controllare che le scritture di assestamento del precedente esercizio siano state correttamente rigirate ai conti di competenza. Ad esempio ci si riferisce a risconti, ratei, fatture da ricevere/emettere.

Sarà poi, opportuno verificare che siano state eseguite le scritture contabili di destinazione del risultato economico dell’esercizio precedente, in conformità a quanto stabilito dalla delibera assembleare di approvazione del bilancio d’esercizio 2015.

Non va trascurata neppure la quadratura dei conti imputati alle immobilizzazioni, con quanto risulta dal registro cespiti. Sarà pertanto opportuno valutare l’eventuale esistenza di cespiti non più utilizzati nel processo produttivo aziendale e che, dunque, si rende opportuno dismettere nel rispetto delle procedure previste dalle norme in vigore. Si ricorda che una non corretta gestione dei cespiti aziendali, può far scattare, da parte dell’Amministrazione finanziaria, la presunzione di cessione in nero dei cespiti medesimi, con conseguente attività di ulteriore accertamento.

Da non trascurare neppure la verifica dei movimenti e dei saldi di cassa. A tale riguardo sarà opportuno, da un lato verificare la coincidenza della giacenza fisica della cassa con quella contabile e, da non trascurare (anche se sembra quasi banale ribadirlo) è, inoltre, una verifica che i saldi di cassa nel corso dell’esercizio, non siano mai andati in negativo. Si, sembra quasi banale scriverlo ma, nella realtà, si vedono di quelle situazioni che voi umani…

Sempre per quanto riguarda la cassa, si ricorda che l’attuale normativa (modificata con decorrenza 1° gennaio 2016), prevede che il limite di utilizzo del contante è, attualmente, pari a 3mila euro, un limite cui prestare massima attenzione se non si vuol correre il rischio di incorrere in violazioni della normativa antiriciclaggio. Andrà verificata l’eventuale costituzione del conto cassa assegni, dove rilevare gli assegni bancari/circolari, ricevuti e non ancora portati in banca. Si ricorda che anomalie nel conto cassa, possono indurre l’Amministrazione finanziaria a ritenere l’intera contabilità inattendibile e a procedere, di conseguenza, con un accertamento induttivo.

Le operazioni contabili di assestamento si dividono in due macro categorie: quelle di imputazione e quelle di rettifica

Effettuati i controlli propedeutici è poi possibile dare il via a quelle di assestamento. Tali categorie di operazioni le possiamo suddividere ulteriormente in operazioni di rettifica e di imputazione.

Con queste ultime si aggiungono costi e ricavi di competenza dell’esercizio relativi ad operazioni che avranno la propria manifestazione finanziaria (incassi/pagamenti) nel futuro/i esercizio/i. Rientrano in tale categoria le registrazioni di interessi attivi e passivi da liquidare, quelle di fatture/note di credito da emettere o ricevere, le rilevazioni contabili degli accantonamenti al fondo Tfr e di quelli relativi alle ferie e ai permessi maturati dal personale dipendente, gli accantonamenti al fondo imposte e la rilvazione contabile di ratei attivi e passivi. Infine, possiamo far rientrare in tale categoria, gli ammortamenti dei beni materiali e immateriali: queste ultime, in effetti, sarebbe più corretto, da un punto di vista sostanziale, ricomprenderle nella macro categoria descritta di seguito e, ad essere proprio pignoli, potremmo ricomprendere in essa anche gli ammortamenti di immobilizzazioni materiali, pur sempre dello storno di un onere (pluriennale) sostenuto in un precedente esercizio si tratta.

Con le scritture di storno si “tolgono” (passatemi questo termine poco tecnico) dalla contabilità quei costi e quei ricavi che non sono di competenza dell’esercizio in chisura, in ossequio ai corretti principi contabili. Rientrano in questa macro categoria di scritture contabili quelle relative alle rimanenze di magazzino, ai risconti attivi e passivi, all’accantonamento al fondo svalutazione crediti e agli altri fondi rischi (formalmente, con questa scrittura contabile si ha l’imputazione di un costo ma nella sostanza essa consiste nello storno di ricavi registrati nel corso dell’esercizio) e quelle con le quali si effettuano le capitalizzazioni dei lavori in economia.

Daniele Di Teodoro
Dottore commercialista – Revisotre contabile

L’affitto d’azienda nei casi di crisi d’impresa

affitto d'aziendaNella soluzione delle crisi d’impresa, diversi sono gli strumenti che l’ordinamento giuridico mette a disposizione degli operatori.

Già in un altro articolo abbiamo affrontato, infatti, il tema della scissione negativa come strumento utile ad affrontare una situazione di crisi d’impresa.

L’affitto d’azienda è, invece, un altro strumento utile al fine di risolvere situazioni di crisi d’impresa.

In particolare, il ricorso all’affitto d’azienda, è possibile sia in un momento antecedente il manifestarsi della crisi, quando, cioè, si percepiscono i sintomi che lasciano intravvedere una situazione di difficoltà dell’imprenditore ma la crisi non si è ancora manifestata del tutto. Così come, può farsi ricorso all’affitto d’azienda quando lo stato di insolvenza dell’imprenditore si è già manifestato.

Le ragioni per le quali l’imprenditore in stato di crisi può decidere di ricorrere all’affitto d’azienda sono diverse. Ad esempio, è del tutto evidente che, concedere in affitto il complesso aziendale facente capo all’imprenditore o un ramo di esso, facilita il reperimento di quelle risorse finanziarie utili al soddisfacimento dei creditori e consentire all’impresa di tornare in bonis. Quando la situazione è più seria, tale da non lasciare alternative alla liquidazione dell’impresa, sicuramente la soluzione dell’affitto d’azienda consente di reperire maggiori risorse rispetto alla soluzione alternativa della liquidazione dei singoli beni componenti il complesso aziendale. Nel primo caso l’affitto d’azienda consente, dunque, di ristabilire prima possibile le condizioni di un sano equilibrio economico dell’impresa mentre, nel secondo, consente la possibilità di reperire maggiori risorse per soddisfare i creditori, rispetto, magari, ad altre soluzioni, quali quelal della liquidazione dei singoli beni componenti il complesso aziendale.

Il ricorso all’affitto d’azienda consente, poi, di garantire la salvaguardia dello stesso complesso aziendale, di ovviare, cioè, al complessivo blocco delle attività d’impresa a causa della situazione di crisi dell’imprenditore.

Dal punto di vista dell’affittuario, invece, vi è la possibilità di prendere un affitto l’azienda, eliminando i debiti dal perimetro dei cespiti presi in carico e, dunque, di non essere coinvolto in una probabile bancarotta dell’imprenditore in stato di insolvenza. Sempre per quanto riguarda i debiti si consideri, inoltre, che per il Codice civile, nel caso di cessione dell’azienda, l’acquirente resta responsabile per i debiti sorti nel periodo che precede la cessione stessa (a meno che i creditori non acconsentano a liberarlo da tale responsabilità), mentre la stessa responsabilità è esclusa nel caso dell’affitto d’azienda. Questo vuol dire che l’affittuario non è mai chiamato a rispondere (a differenza dell’acquirente), per i debiti sorti antecedentemente alla stipula del contratto d’affitto.

Certo, è pur vero che l’articolo 2560 del Codice civile (che prevede, appunto, la responsabilità solidale dell’acquirente per i debiti dell’imprenditore) si applica, comunque, nell’ipotesi di successiva cessione dell’azienda. A meno che la cessione non abbia luogo successivamente al deposito della domanda di concordato preventivo o dopo la sentena dichiarativa di fallimento. In entrambi i casi, dunque, l’acquirente non è considerato responsabile per i debiti dell’imprenditore cedente.

E ciò è vero anche per i debiti tributari. A tale riguardo si consideri, infatti che l’articolo 14 del Decreto Legislativo 427/1997 (che disciplina le sanzioni amministrative in riferimento alle violazioni di norme tributarie), prevede che il cessionario è responsabile, in via solidale con il cedente (nei limiti del valore dell’azienda) per il pagamento dei debiti tributari (sorti entro un certo arco di tempo dalla cessione).

Tuttavia, a patto che la cessione dell’azienda non sia un atto posto in essere in frode ai creditori, tale responsabilità solidale viene meno se la cessione stessa avviene nell’ambito di una delle procedure concorsuali previste dalla medesima norma. Ossia, a dire, un accordo di ristrutturazione dei debiti, un piano attestato di risanamento, un un procedimento di composizione della crisi da sovra indebitamento o, infine, di liquidazione del patrimonio del debitore.

Staff Studio Di Teodoro

SE HAI DOMANDE SULL’ARGOMENTO SCRIVICI

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