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I PIR incontrano il crowdfunding

I PIR, piani individuali di risparmio, rappresentano una specifica forma di investimento destinataria di una agevolazione fiscale consistente nella totale detassazione dei redditi generati. Di seguito un breve riepilogo della normativa agevolativa ad essi destinato, prima di parlare di un importante chiarimento di recente fornito dall’Agenzia delle entrate.

L’agevolazione fiscale

L’agevolazione fiscale in parola consiste, più in detteglio:

  1. nella totale detassazione dei redditi derivanti dagli strumenti finanziari e dalla liquidità che compongono i PIR (esenzione da imposta sui redditi);
  2. della totale detassazione in caso di trasferimento in caso di morte del titolare del piano, degli strumenti finanziari che compongono il piano stesso (esenzione, cioè, da imposta di successione).

L’investitore

L’agevolazione fiscale è destinata alle persone fisiche che detengono l’investimento al di fuori dell’attività d’impresa e che mantengono l’investimento per un periodo minimo di cinque anni. Con riferimento al detentore dell’investimento, le altre caratteristiche previste dalla norma sono che:

  1. il detentore del’investimento sia fiscalmente residente in Italia;
  2. il detentore dell’investimento non detenga, contemporaneamente, più di un piano di investimento;
  3. il detentore dell’investimento non lo condivida con altre persone.

L’agevolazione spetta, inoltre, anche al titolare dell’investimento qualora questi sia un minore.

I limiti dimensionali dell’investimento

Inoltre, la norma prevede specifici limiti dimensionali all’investimento, nel senso che l’ammontare delle risorse destinate allo stesso non può eccedere, annualmente i 30mila euro e, nell’arco dei 5 anni, i 150mila euro. A tale riguardo, se il singolo investitore in un anno ha destinato meno di 30mila euro all’investimento in PIR, la differenza può essere recuperata (rectius può essere investita) nelle annualità successive, mantenendo, però, il limite quinquennale dei 150mila euro.

Le caratteristiche dell’investimento

Per costituire un PIR e beneficiare della relativa agevolazione fiscale, è necessario aprire uno specifico rapporto di custodia o di amministrazione o gestione di portafogli o un altro stabile rapporto (con l’opzione per il regime del risparmio amministrato) o un contratto di assicurazione sulla vita o di capitalizzazione, attraverso intermediari abilitati o imprese di assicurazione residenti, oppure attraverso intermediari non residenti che operano in Italia tramite una stabile organizzazione, oppure in regime di libera prestazione dei servizi con nomina di un rappresentante fiscale (nominato fra intermediari abilitati o imprese di assicurazioni residenti).

Per poter beneficiare dell’agevolazione, le caratteristiche del PIR sono le seguenti:

1. gli strumenti finanziari emessi da uno stesso emittente e la liquidità che lo compongono non deve essere superiore al 10% del totale investito;

2. Il 70% dell’investimento è destinato a strumenti finanziari emessi da imprese residenti nel territorio italiano, oppure da imprese residenti in Stati dell’Unione europea o SEE (Spazio Economico Europeo) con stabile organizzazione in Italia, tale requisito deve sussistere al momento di sottoscrizione del piano,

3. il 30% di tale 70% deve essere destinato a strumenti finanziari non inseriti nel FTSEMIB o in indici analoghi di altri paesi,

4. gli strumenti finanziari che lo compongono devono essere detenuti per un periodo minimo di 5 anni e, a tale riguardo, assume rilievo la data di acquisto puntuale del singolo strumento finanziario,

5. gli strumenti finanziari no ndevono essere stati emessi da o stipulati con imprese residenti in paesi differenti da quelli considerati white list (collaborativi con le Autorità fiscali italiane),

6. le partecipazioni comprese nel PIR sono considerate non qualificate.

Le quote di srl

Il 5 aprile scorso l’Agenzia delle entrate si è pronunciata sulle quote di Srl offerte al pubblico tramite portali di equity crowdfunding. In particolare, al riguardo è stato affermato che, ai fini dell’agevolazione, le quote di Srl possono essere fatte rientrare nella nozione allargata di strumento finanziario, secondo quanto contenuto nella sezione C allegato I del TUF.

Petanto, anche le quote di Srl offerte al pubblico tramite i portali di crowdfunding, possono far parte dei Pir e godere, così, dellerelative agevolazioni fiscali.

Daniele Di Teodoro
Dottore commercialiste
Revisore contabile

 

Prezzi di trasferimento – le valutazioni di fine anno

Mentre si approssima la fine dell’anno nei gruppi societari internazionali si pone la problematica delle valutazioni inerenti i prezzi di trasferimento.

La verifica sui prezzi di trasferimento

Indipendentemente dal metodo scelto per la determinazione dei prezzi di trasferimento, infatti, alla fine dell’anno occorre verificare se il prezzo applicato alla transazione infra gruppo, sia di libera concorrenza o meno.

Qualora, infatti, dopo la dovuta verifica il prezzo applicato risulti discordante rispetto a quello conforme al concetto di libera concorrenza, si renderanno necessari degli aggiustamenti, attraverso note di variazione.

L’iva delle note di variazione

A tale riguardo è bene sottolineare anche i riflessi in tema di Iva che tali aggiustamenti possono avere. Infatti le note di variazione hanno rilevanza ai fini Iva qualora siano verificate, contemporaneamente le tre seguenti condizioni: 1) è chiaramente individuabile la transazione cui l’aggiustamento (la nota di variazione) si riferisce, 2) si è in presenza di un corrispettivo (in natura o in denaro), 3) esiste un legame diretto fra le une e le altre; cioè a dire che se la nota di variazione non è riferibile (come spesso ci capita di riscontrare nelle operazioni che seguiamo) ad alcuna transazione, la stessa è fuori campo Iva.

Sul punto si veda la risposta dell’Agenzia delle entrate del 2 novembre 2018 e il working paper della Ue n. 923 del 28 febbraio 2017.

L’inerenza del riaddebito per la deducibilità dei costi

Un secondo tema che si pone, alla fine dell’anno, è quello della verifica dell’inerenza degli addebiti infragruppo che vengono effettuati. In particolare il problema si pone per le società del gruppo residenti in Italia che si vedono riaddebitare i costi e che possono dedurli solo qualora i detti costi rispettino il requisito dell’inerenza.

Più in dettaglio, le verifiche che andranno fatte sono due: infatti, in primo luogo, indipendentemente dall’esistenza di un contratto che preveda i riaddebiti, la verifica di fine anno dovrà in primo luogo dare conto dell’effettiva erogazione dei servizi infragruppo, attraverso la produzione di tutta la documentazione di supporto utile allo scopo.

In secondo luogo, occorrerà dimostrare la necessità o comunque l’utilità o la funzionalità di tali servizi all’attività della società residente. Insomma, come accennato va dimostrata l’inerenza dei servizi infragruppo prestati, ossia la loro funzionalità all’attività della società che ne ha beneficiato. In mancanza della dimostrazione di tali due elementi (effettiva erogazione e funzionaità all’attività della società beneficiaria), la società italiana non potrà dedurre i costi infra gruppo.

Al lavoro dunque.
Daniele Di Teodoro
Dottore commercialista
Revisore legale dei conti

La scissione senza abuso

[:en]

If the legal system allows operators to choose between different operational solutions, each with different tax effects (and loads), the choice of the less expensive option, from a fiscal point of view can not be considered elusive. This is an orientation, of the jurisprudence that is consolidating, above all to contrast an investigation activity, on the abuse of the right, sometimes a little too loose by the Financial Administration, such as to cause a dangerous uncertainty in the application of rules to the detriment, in particular, of the (healthy and sacrosanct) entrepreneurial activity.

The avoidance, (or abuse of the law, if we want to follow the evolution of terminology and not only of the legislator), according to the definition that article 10 of the taxpayer's statute of rights (Law 212 of 2000), consists of a behavior that, while respecting the formal application of the laws in force, is aimed at obtaining undue tax benefits, ie tax savings contrary to the principles of the current tax system. Well, according to the Revenue Agency (Resolution 97 of July of this year), if it is the same order to offer economic operators, two or more alternatives, with different consequences, in terms of tax burden, the choice of the option less burdensome does not give rise to an elusive behavior and, therefore, must be considered entirely legitimate and, therefore, not contestable, by the Financial Administration.

Pursuant to Article 10 of Law 212/2000 (Statute of Taxpayers' Dictitives) there has been an abuse of the law when one or more transactions are carried out without any economic substance which, although in compliance with the law in force, allow the tax payer an undue tax advantage, that is contrary to the principles of the tax system

This seems a peaceful conclusion but the Revenue Agency has not always been of this opinion.

The case treated with the aforementioned resolution concerned an operating company (which manages an outpatient clinic) for which the members had decided to proceed with a proportional division, following which the split company maintained the company and to it, therefore the operating activities continued to be held, while the beneficiary was assigned the buildings previously owned by the demerged company. Among other things, the partners of the beneficiary were the same members of the demerged and their shareholdings in the latter reproduced those in the split.

Subsequently, the shares in the split are sold to a subject, not interested in acquiring the ownership of the properties. The latter are then leased to the assignee for carrying out the business activity.

Once the transaction is in place, finally, the shareholders of the beneficiary, before the sale of the investments, proceed with the operation of restatement of the tax value of the same.

Well, questioned, through a question, on the lawfulness of the operation, the Revenue Agency, with the aforementioned resolution pointed out that a company can circulate with the direct sale of the same, or with an indirect transfer, precisely transferring the ownership of the investments in the company that manages the company itself. As the Revenue Agency notes, the Italian tax law provides, as legal, both these modes of circulation of the company (although one of the two, the direct one is the most expensive in tax terms), must be left to the taxpayer the choice between the two options. The transaction was therefore considered lawful in terms of abuse of the law.

Daniele Di Teodoro
Chartered accountant
Chartered auditor

 [:it]

Qualora l'ordinamento giuridico consenta, agli operatori, di scegliere fra diverse soluzioni operative, ciascuna con effetti (e carichi) fiscali diversi, la scelta dell'opzione meno onerosa, dal punto di vista fiscale non può essere considerata come elusiva. Questo è un orientamento, della giurisprudenza che va consolidandosi, soprattutto per contrastare un'attività di accertamento, sull'abuso del diritto, a volte un po' troppo disinvolta da parte dell'Amministrazione finanziaria, tale da causare una pericolosa incertezza nell'applicazione delle norme a danno, in particolare, della (sana e sacrosanta) attività imprenditoriale.

L'elusione, (o abuso del diritto, se vogliamo seguire l'evoluzione terminologica e non solo, del legislatore), secondo la definizione che ne da l'articolo 10 dello statuto dei diritti del contribuente (Legge 212 del 2000), consiste in un comportamento che, pur nel rispetto formale dell'applicazione delle norme di legge vigenti, è volto ad ottenere indebiti benefici fiscali, ossia dei risparmi d'imposta contrari ai principi dell'attuale ordinamento tributario. Ebbene, secondo l'Agenzia delle entrate (Risoluzione 97 del luglio di quest'anno), se è lo stesso ordinamento ad offrire agli operatori economici, due o più alternative, con conseguenze diverse, in termini di carico tributario, la scelta dell'opzione meno onerosa non da luogo ad un comportamento elusivo e, pertanto, deve essere considerata del tutto legittima e, dunque, non contestabile, da parte dell'Amministrazione finanziaria.

A norma dell'articolo 10 della Legge 212/2000 (Statuto del dititti del contribuente) si ha abuso del diritto quando vengono poste in essere una o più operazioni prive di qualsiasi sostanza economica che, pur nel rispetto formale della normativa vigente, consentono al contribuente un vantaggio fiscale indebito, ossia contrario ai principi dell'ordinamento fiscale

Questa sembra una conclusione pacifica ma non sempre l'Agenzia delle entrate è stata di questo parere.

Il caso trattato con la risoluzione sopra indicata, riguardava una società operativa (che gestisce un poliambulatorio) per la quale i soci avevano deciso di procedere con una scissione proporzionale, in seguito alla quale, la società scissa manteneva l'azienda e ad essa, dunque, continuavano a fare capo le attività operative, mentre alla beneficiaria venivano attribuiti gli immobili, precedentemente posseduti dalla scissa. Tra l'altro, i soci della beneficiaria erano gli stesi soci della scissa e le loro quote di partecipazioni in quest'ultima riproducevano quelle nella scissa.

Successivamente, le quote nella scissa vengono cedute ad un soggetto, non interessato ad acquisire anche la proprietà degli immobili. Questi ultimi sono poi concessi in locazione al cessionario per lo svolgimento dell'attività d'impresa.

Una volta posta in essere l'operazione, infine, i soci della beneficiaria, prima della cessione delle partecipazioni, procedono con l'operazione di rideterminazione del valore fiscale delle stesse.

Ebbene, interrogata, attraverso un interpello, sulla liceità dell'operazione, l'Agenzia delle entrate, con la risoluzione prima citata ha fatto notare che un'azienda può circolare con la cessione diretta della stessa, oppure con una cessione indiretta, appunto trasferendo la titolarità delle partecipazioni nella società che gestisce l'azienda medesima. Poichè, nota l'Agenzia delle entrate, l'ordinamento tributario italiano prevede, come lecite, tutte e due tali modalità di circolazione dell'azienda (sebbene uno dei due, quello diretto sia il più oneroso in termini fiscali), deve essere lasciata al contribuente la scelta fra le due opzioni. L'operazione è stata, pertanto, ritenuta lecita sotto il profilo dell'abuso del diritto.
Daniele Di Teodoro
Dottore commercialista
Revisore contabile[:]

Residenza fiscale a prova di contestazione

[:en]

Capita spesso di occuparci di fornire consulenze in materia di spostamento all'estero della residenza fiscale. In particolare, ci riferiamo alle persone fisiche.

I controlli dell'Agenzia delle entrate sulle fittizie residenze estere

Prendiamo spunto, per questo articolo, da un recente provvedimento con il quale l'Agenzia delle entrate ha programmato l'attività di controllo volta ad identificare quei soggetti che trasferiscono, fittiziamente, la propria residenzsa all'estero. Non v'è necessità di sottolineare come, tale argomento, intersechi l'altro, di strettissima attualità, relativo alla Voluntary disclosure 2 che, tra l'altro, non sembra stia dando i auspicati all'inizio in termini di adesioni e, dunque, di gettito.

I criteri per la residenza italiana

Per l'ordinamento tributario italiano, si considera residente in Italia chi, alternativamente, rispetta uno dei seguenti tre criteri:

  1. iscrizione nelle anagrafi comunali della popolazione residente;
  2. domicilio nel territorio dello Stato, laddove per domicilio si intende il luogo in cui la persona ha fissato il centro dei propri affari e dei propri interessi (vedi l'articolo 43 del Codice civile);
  3. residenza nel territorio dello Stato, laddove per residenza si intende il luogo in cui la persona dimora abitualmente (sempre articolo 43 del Codice civile).

I tre criteri sono, dunque, alternativi, nel senso che basta il veruificarsi anche solo uno di essi perchè si venga considerati residenti in Italia. Tuttavia, alla regola generale sopra esposta, l'articolo 2 del Tuir (Testo unico imposte sui redditi), fa una deroga: l'articolo stabilisce, infatti, che si considerano comunque residenti in Italia, salvo prova contraria, coloro che trasferiscono la propria residenza in paradisi fiscali.

L'ordinamento fiscale italiano prevede, altresì, per i soggetti residenti, il principio della world wide taxation, che vuol dire, niente altro che tutti i redditi del medesimo soggetto, ovunque prodotti, vengano tassati in Italia (il cittadino estero, invece, è tassato in Italia solo per i redditi ivi prodotti).

I soggetti non residenti, qualora producano redditi sul territorio italiano sono tenuti agli adempimenti dichiarativi dei medesimi redditi, tramite il Modello Redditi Persone Fisiche (l'ex modello Unico che da quest'anno, perde al suo interno il modulo della dichiarazione Iva).

La tassazione prevista per i non residenti

I redditi prodotti sul territorio italiano dai non residenti si dividono (così come per i residenti) i redditi di lavoro dipendente (compresi quelli assimilati), prestato nel territorio italiano; i redditi di lavoro autonomo derivanti da attività esercitate in Italia; il reddito d'impresa, prodotti in Italia per mezzo di stabili organizzazioni; i redditi diversi, purchè prodotti sul territorio italiano. Le imposte che gravano o, meglio, possono gravare su un non residente tassato in Italia sono l'Irpef, le addizionali (comunale e regionale) all'Irpef, le imposte sui trasferimenti di proprietà degli immobili e l'Imposta comunale sugli immobili.

Ricordiamo, inoltre che, se il non residente possiede immobili in Italia o, meglio, se entra in possesso di un immobile in Italia a segjuito di una successione, è tenuto a presentare la dichiarazione di successione.

Le contestazioni dell'Amministrazione finanziaria

Come già scritto in apertura dell'articolo, l'Agenzia delle entrate ha programmato, con un provvedimento dello scorso 3 marzo, l'attività di controllo relativamente ai trasferimenti fittizi di residenza all'estero. Ebbene, qualora, a seguito di quest'attività l'Amministrazione finanziaria ritenga accertato tale trasferimento fittizio, riprenderà, ovviamente, a tassazione, tutti i redditi prodotti dal soggetto sotto indagine, Ovunque essi siano stati prodotti, come già visto. Ma non solo. in questa ipotesi, l'Amministrazione finanziaria potrà contestare al contribuente l'omessa presentazione della dichiarazione dei redditi, l'omessa presentazione del quadro RW (per eventuali attività detenute all'estero). Sarà contestabile anche la dichiarazione infedele, qualora il contribuente avrà si presentato la dichiarazione dei redditi in Italia per i redditi qui prodotti, omettendo, però, eventualmente, i redditi prodotti all'estero.

Limitatamente alla (mancata) compilazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi, l'Amministrazione potrà presumere la redditità dei beni non dichiarati, facendo perno sul tasso ufficiale di sconto vigente nel periodo d'imposta oggetto della contestazione. Tuttavia, la predetta presunzione di fruttuosità delle attività detenute all'estero, da un lato ammette la prova contraria da parte del contribuente, il quale può sempre dimostrare che essa è diversa rispetto alla presunzione; dall'altro, non opera se si specifica che i redditi verranno percepiti in un periodo d'imposta successivo o che si tratta di beni infruttiferi.

Le sanzioni collegate alle violazioni sul monitoraggio fiscale

Ricordiamo che agli obblighi di monitoraggio fiscale sono chiamati tutti i soggetti residenti che detengono attività all'estero. Pertanto la contestazione di residenza fittizia all'estero attrae all'obbligo di presentazione del quadro RW il "soggetto contestato". E, dunque, per l'omessa o infedele presentazione del quadro RW è prevista una sanzione amministrativa compresa fra il 3 e il 15% dell'ammontare di ogni singolo importo non dichiarato. Le sanzioni, però, sono raddoppiate se le violazioni riguardano beni detenuti in Paesi a regime fiscale privilegiato.

Inoltre esiste una presunzione legale relativa (per la quale, dunque, è ammessa prova contraria da parte del contribuente), secondo la quale le attività detenute in paesi a fiscalità privilegiata, per le quali è stato omesso l'obbligo sul monitoraggio fiscale (ossia la presentazione del quadro RW), sono state costituite mediante redditi sottratti a tassazione (leggasi evasione fiscale).

Ancora, è previsto il raddoppio delle sanzioni per il caso di omessa o infedele dichiarazione dei redditi che, presuntivamente, sono considerati sottratti a tassazione e il raddoppio degli ordinari termini per l'accertamento per le violazioni di natura reddituale e per quelle in materia di monitoraggio fiscale.

Daniele Di Teodoro
Dottore commercialista - Revisore contabile

[:it]

Capita spesso di occuparci di fornire consulenze in materia di spostamento all'estero della residenza fiscale. In particolare, ci riferiamo alle persone fisiche.

I controlli dell'Agenzia delle entrate sulle fittizie residenze estere

Prendiamo spunto, per questo articolo, da un recente provvedimento con il quale l'Agenzia delle entrate ha programmato l'attività di controllo volta ad identificare quei soggetti che trasferiscono, fittiziamente, la propria residenzsa all'estero. Non v'è necessità di sottolineare come, tale argomento, intersechi l'altro, di strettissima attualità, relativo alla Voluntary disclosure 2 che, tra l'altro, non sembra stia dando i auspicati all'inizio in termini di adesioni e, dunque, di gettito.

I criteri per la residenza italiana

Per l'ordinamento tributario italiano, si considera residente in Italia chi, alternativamente, rispetta uno dei seguenti tre criteri:

  1. iscrizione nelle anagrafi comunali della popolazione residente;
  2. domicilio nel territorio dello Stato, laddove per domicilio si intende il luogo in cui la persona ha fissato il centro dei propri affari e dei propri interessi (vedi l'articolo 43 del Codice civile);
  3. residenza nel territorio dello Stato, laddove per residenza si intende il luogo in cui la persona dimora abitualmente (sempre articolo 43 del Codice civile).

I tre criteri sono, dunque, alternativi, nel senso che basta il veruificarsi anche solo uno di essi perchè si venga considerati residenti in Italia. Tuttavia, alla regola generale sopra esposta, l'articolo 2 del Tuir (Testo unico imposte sui redditi), fa una deroga: l'articolo stabilisce, infatti, che si considerano comunque residenti in Italia, salvo prova contraria, coloro che trasferiscono la propria residenza in paradisi fiscali.

L'ordinamento fiscale italiano prevede, altresì, per i soggetti residenti, il principio della world wide taxation, che vuol dire, niente altro che tutti i redditi del medesimo soggetto, ovunque prodotti, vengano tassati in Italia (il cittadino estero, invece, è tassato in Italia solo per i redditi ivi prodotti).

I soggetti non residenti, qualora producano redditi sul territorio italiano sono tenuti agli adempimenti dichiarativi dei medesimi redditi, tramite il Modello Redditi Persone Fisiche (l'ex modello Unico che da quest'anno, perde al suo interno il modulo della dichiarazione Iva).

La tassazione prevista per i non residenti

I redditi prodotti sul territorio italiano dai non residenti si dividono (così come per i residenti) i redditi di lavoro dipendente (compresi quelli assimilati), prestato nel territorio italiano; i redditi di lavoro autonomo derivanti da attività esercitate in Italia; il reddito d'impresa, prodotti in Italia per mezzo di stabili organizzazioni; i redditi diversi, purchè prodotti sul territorio italiano. Le imposte che gravano o, meglio, possono gravare su un non residente tassato in Italia sono l'Irpef, le addizionali (comunale e regionale) all'Irpef, le imposte sui trasferimenti di proprietà degli immobili e l'Imposta comunale sugli immobili.

Ricordiamo, inoltre che, se il non residente possiede immobili in Italia o, meglio, se entra in possesso di un immobile in Italia a segjuito di una successione, è tenuto a presentare la dichiarazione di successione.

Le contestazioni dell'Amministrazione finanziaria

Come già scritto in apertura dell'articolo, l'Agenzia delle entrate ha programmato, con un provvedimento dello scorso 3 marzo, l'attività di controllo relativamente ai trasferimenti fittizi di residenza all'estero. Ebbene, qualora, a seguito di quest'attività l'Amministrazione finanziaria ritenga accertato tale trasferimento fittizio, riprenderà, ovviamente, a tassazione, tutti i redditi prodotti dal soggetto sotto indagine, Ovunque essi siano stati prodotti, come già visto. Ma non solo. in questa ipotesi, l'Amministrazione finanziaria potrà contestare al contribuente l'omessa presentazione della dichiarazione dei redditi, l'omessa presentazione del quadro RW (per eventuali attività detenute all'estero). Sarà contestabile anche la dichiarazione infedele, qualora il contribuente avrà si presentato la dichiarazione dei redditi in Italia per i redditi qui prodotti, omettendo, però, eventualmente, i redditi prodotti all'estero.

Limitatamente alla (mancata) compilazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi, l'Amministrazione potrà presumere la redditità dei beni non dichiarati, facendo perno sul tasso ufficiale di sconto vigente nel periodo d'imposta oggetto della contestazione. Tuttavia, la predetta presunzione di fruttuosità delle attività detenute all'estero, da un lato ammette la prova contraria da parte del contribuente, il quale può sempre dimostrare che essa è diversa rispetto alla presunzione; dall'altro, non opera se si specifica che i redditi verranno percepiti in un periodo d'imposta successivo o che si tratta di beni infruttiferi.

Le sanzioni collegate alle violazioni sul monitoraggio fiscale

Ricordiamo che agli obblighi di monitoraggio fiscale sono chiamati tutti i soggetti residenti che detengono attività all'estero. Pertanto la contestazione di residenza fittizia all'estero attrae all'obbligo di presentazione del quadro RW il "soggetto contestato". E, dunque, per l'omessa o infedele presentazione del quadro RW è prevista una sanzione amministrativa compresa fra il 3 e il 15% dell'ammontare di ogni singolo importo non dichiarato. Le sanzioni, però, sono raddoppiate se le violazioni riguardano beni detenuti in Paesi a regime fiscale privilegiato.

Inoltre esiste una presunzione legale relativa (per la quale, dunque, è ammessa prova contraria da parte del contribuente), secondo la quale le attività detenute in paesi a fiscalità privilegiata, per le quali è stato omesso l'obbligo sul monitoraggio fiscale (ossia la presentazione del quadro RW), sono state costituite mediante redditi sottratti a tassazione (leggasi evasione fiscale).

Ancora, è previsto il raddoppio delle sanzioni per il caso di omessa o infedele dichiarazione dei redditi che, presuntivamente, sono considerati sottratti a tassazione e il raddoppio degli ordinari termini per l'accertamento per le violazioni di natura reddituale e per quelle in materia di monitoraggio fiscale.

Daniele Di Teodoro
Dottore commercialista - Revisore contabile[:]

Sindaco unico o collegio sindacale nelle Srl

[:en]

Le regole sul funzionamento degli organi di controllo, nelle società di capitali, negli ultimi 6 anni sono state modificate due volte. Una prima con la Legge 183/2011 (con effetto dal 1° gennaio 2012) con la quale, sia per le srl che per le spa, è stata modificata la composizione dell'organo di controllo.

Ma è stato l'articolo 35 del Dl 5/2012 che ha definito l'assetto finale dell'organo di controllo per srl e spa. Tale assetto prevede la regola generale del sindaco unico per le srl e quella del collegio sindacale necessario e inderogabile per le spa.

Il Dl 5/2012 ha definito quello che, per ora, può definirsi l'assetto definitivo per l'organo di controllo nelle srl e nelle spa, prevedendo, per quanto riguarda le srl, la regola generale del sindaco unico

In particolare, la Legge, ora, prevede, per le srl che qualora lo statuto non disponga diversamente, ossia, qualora lo statuto delle srl non preveda espressamente che tali società debbano dotarsi del collegio sindacale, al ricorrere delle condizioni previste dallo stesso Codice civile, esse possano dotarsi del sindaco unico.

In particolare, l'obbligo di dotarsi del sindaco (o del collegio sindacale qualora, come si ripete, lo preveda espressamente lo statuto societario), ricorre al verificarsi di tali condizioni (l'obbligo sussiste qualora sia verificata anche una sola delle situazioni elencate nei punti che seguono):

  1. la società è obbligata alla redazione del bilancio consolidato;
  2. la società controlla una società obbligata alla revisione legale dei conti;
  3. la società, per due esercizi consecutivi, supera due dei limiti di seguito indicati,
  • totale attivo dello stato patrimoniale superiore a euro 4.400.000,00 euro,
  • totale dei ricavi da vendite e prestazioni di servizi superiore a 8.800,000,00 euro,
  • dipendenti occupati mediamente nel corso dell'esercizio superiore a 50.

In pratica, i limiti indicati al punto 3, sono gli stessi al superamento dei quali scatta l'obbligo, per le srl, della redazikone del bilancio in forma ordinaria.

Per le srl, l'obbligo di dotarsi di un organo di controllo, scatta al superamento di alcuni limiti previsti dal Codice civile

Le regole da seguire per il funzionamento dell'organo di controllo nelle srl sono le stesse che la Legge prevede per l'analogo organo nelle spa.

Nelle srl obbligate, inoltre è possibile nominare anche il sindaco unico (in assenza di obbligo statutario per il collegio) che svolga contemporaneamente funzioni di revisore. In tal caso, dunque, il sindaco avrà sia il compito di monitorare il corretto andamento della gestione societaria, sia la responsabilità della revisione del bilancio d'esercizio.

Alla nomina del sindaco provvede l'Assemblea dei soci, entro trenta giorni l'adunanza nella quale è stato verificato il superamento dei limiti predetti. In mancanza dell'Assemblea, provvederà il Tribunale su richiesta di qualsiasi interessato.

Il sindaco unico va scelto, comunque, fra soggetti iscritti nell'apposito registro dei revisori contabili (è necessaria, comunque, la nomina dei supplenti). Il sindaco, così nominato dura in carica un triennio, che decorre dal giorno dell'accettazione della nomina da parte del neo sindaco. Trattandosi di norma inderogabile, non è possibile prevedere un rinnovo tacito per un nuovo triennio alla scadenza del mandato.

La nomina del sindaco ha validità triennale è non è possibile prevedere il rinnovo tacito

Per quanto riguarda i requisiti che i sindaci devono possedere, in caso di presenza di un collegio sindacale, l'attuale norma prevede che i componenti dell'organo possano:

  • essere scelti, tutti, fra professionisti iscritti al Registro dei revisori contabili;

oppure

  • scegliere, almeno un sindaco effettivo e uno supplente fra gli iscritti al Registro dei revisori legali, purchè, tutti gli altri componenti dell'organo di controllo, siano iscritti negli albi degli avvocati, dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali, dei consulenti del lavoro o siano  professori di ruolo in materie economiche o giuridiche.

In ogni caso, qualora lo statuto assegni ai sindaci anche il compito del controllo contabile, tutti i componenti il collegio, devono essere scelti fra iscritti al Registro dei revisori contabili.

L'atto di nomina del sindaco deve essere depositata, presso il registro delle imprese, a cura degli amministratori, nel termine di trenta giorni. Tale termine, sarebbe ovvio farlo decorrere dalla data dell'accettazione, da parte del neo sindaco. Tuttavia, l'attuale prassi seguita dal Registro delle imprese non prevede il deposito di un atto formale di accettazione dell'incarico, dunque, il termine dei trenta giorni, gioco forza, non può che decorrere dalla data della nomina.

Non essendo previsto un atto formale per l'accettazione dell'incarico, da parte dei sindaci, gli amministratori non possono che provvedere al deposito della sola nomina. Va da se che, qualora gli amministratori provvedano al deposito della nomina, in difetto dell'accettazione da parte del professionista nominato, esso potrà rinunciare all'incarico e agire contro gli amministratori per l'eventuale danno subito.

Qualora gli amministratori omettano di depositare la nomina, ad essa vi provvederanno i sindaci stessi.

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Le regole sul funzionamento degli organi di controllo, nelle società di capitali, negli ultimi 6 anni sono state modificate due volte. Una prima con la Legge 183/2011 (con effetto dal 1° gennaio 2012) con la quale, sia per le srl che per le spa, è stata modificata la composizione dell'organo di controllo.

Ma è stato l'articolo 35 del Dl 5/2012 che ha definito l'assetto finale dell'organo di controllo per srl e spa. Tale assetto prevede la regola generale del sindaco unico per le srl e quella del collegio sindacale necessario e inderogabile per le spa.

Il Dl 5/2012 ha definito quello che, per ora, può definirsi l'assetto definitivo per l'organo di controllo nelle srl e nelle spa, prevedendo, per quanto riguarda le srl, la regola generale del sindaco unico

In particolare, la Legge, ora, prevede, per le srl che qualora lo statuto non disponga diversamente, ossia, qualora lo statuto delle srl non preveda espressamente che tali società debbano dotarsi del collegio sindacale, al ricorrere delle condizioni previste dallo stesso Codice civile, esse possano dotarsi del sindaco unico.

In particolare, l'obbligo di dotarsi del sindaco (o del collegio sindacale qualora, come si ripete, lo preveda espressamente lo statuto societario), ricorre al verificarsi di tali condizioni (l'obbligo sussiste qualora sia verificata anche una sola delle situazioni elencate nei punti che seguono):

  1. la società è obbligata alla redazione del bilancio consolidato;
  2. la società controlla una società obbligata alla revisione legale dei conti;
  3. la società, per due esercizi consecutivi, supera due dei limiti di seguito indicati,
  • totale attivo dello stato patrimoniale superiore a euro 4.400.000,00 euro,
  • totale dei ricavi da vendite e prestazioni di servizi superiore a 8.800,000,00 euro,
  • dipendenti occupati mediamente nel corso dell'esercizio superiore a 50.

In pratica, i limiti indicati al punto 3, sono gli stessi al superamento dei quali scatta l'obbligo, per le srl, della redazikone del bilancio in forma ordinaria.

Per le srl, l'obbligo di dotarsi di un organo di controllo, scatta al superamento di alcuni limiti previsti dal Codice civile

Le regole da seguire per il funzionamento dell'organo di controllo nelle srl sono le stesse che la Legge prevede per l'analogo organo nelle spa.

Nelle srl obbligate, inoltre è possibile nominare anche il sindaco unico (in assenza di obbligo statutario per il collegio) che svolga contemporaneamente funzioni di revisore. In tal caso, dunque, il sindaco avrà sia il compito di monitorare il corretto andamento della gestione societaria, sia la responsabilità della revisione del bilancio d'esercizio.

Alla nomina del sindaco provvede l'Assemblea dei soci, entro trenta giorni l'adunanza nella quale è stato verificato il superamento dei limiti predetti. In mancanza dell'Assemblea, provvederà il Tribunale su richiesta di qualsiasi interessato.

Il sindaco unico va scelto, comunque, fra soggetti iscritti nell'apposito registro dei revisori contabili (è necessaria, comunque, la nomina dei supplenti). Il sindaco, così nominato dura in carica un triennio, che decorre dal giorno dell'accettazione della nomina da parte del neo sindaco. Trattandosi di norma inderogabile, non è possibile prevedere un rinnovo tacito per un nuovo triennio alla scadenza del mandato.

La nomina del sindaco ha validità triennale è non è possibile prevedere il rinnovo tacito

Per quanto riguarda i requisiti che i sindaci devono possedere, in caso di presenza di un collegio sindacale, l'attuale norma prevede che i componenti dell'organo possano:

  • essere scelti, tutti, fra professionisti iscritti al Registro dei revisori contabili;

oppure

  • scegliere, almeno un sindaco effettivo e uno supplente fra gli iscritti al Registro dei revisori legali, purchè, tutti gli altri componenti dell'organo di controllo, siano iscritti negli albi degli avvocati, dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali, dei consulenti del lavoro o siano  professori di ruolo in materie economiche o giuridiche.

In ogni caso, qualora lo statuto assegni ai sindaci anche il compito del controllo contabile, tutti i componenti il collegio, devono essere scelti fra iscritti al Registro dei revisori contabili.

L'atto di nomina del sindaco deve essere depositata, presso il registro delle imprese, a cura degli amministratori, nel termine di trenta giorni. Tale termine, sarebbe ovvio farlo decorrere dalla data dell'accettazione, da parte del neo sindaco. Tuttavia, l'attuale prassi seguita dal Registro delle imprese non prevede il deposito di un atto formale di accettazione dell'incarico, dunque, il termine dei trenta giorni, gioco forza, non può che decorrere dalla data della nomina.

Non essendo previsto un atto formale per l'accettazione dell'incarico, da parte dei sindaci, gli amministratori non possono che provvedere al deposito della sola nomina. Va da se che, qualora gli amministratori provvedano al deposito della nomina, in difetto dell'accettazione da parte del professionista nominato, esso potrà rinunciare all'incarico e agire contro gli amministratori per l'eventuale danno subito.

Qualora gli amministratori omettano di depositare la nomina, ad essa vi provvederanno i sindaci stessi.

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