In cerca di nuovi lidi

In cerca di nuovi lidi

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fiscalità internazionaleLa necessità di cercare nuovi mercati di sbocco per i propri beni/servizi, spinge sempre di più le imprese a varcare i confini del proprio paese e a localizzarsi in paesi aventi giurisdizioni diverse da quella del proprio paese di origine.

Tale delocalizzazione può avvenire in maniera diretta, aprendo nuove filiali all’estero, oppure, più di frequente, acquisendo quote di partecipazione al capitale di imprese già localizzate all’estero. Naturalmente ciò può comportare, di riflesso, l’effetto di localizzare i redditi in paesi a più bassa fiscalità

Ed è proprio con l’obiettivo di contrastare i fenomeni di pianificazione fiscale aggressivi che la comunità internazionale ha deciso, da tempo, oramai, di intervenire con strumenti volti a scoraggiare tali pratiche che, oltre ad erodere base imponibile, rappresentano un modo per attuare, fra i diversi paesi, politiche di concorrenza fiscale sleali (la riduzione del carico fiscale in cambio della localizzazione, nel paese, di impianti produttivi e/o di uffici).

Gli schemi utilizzati per contrastare tali pratiche sono identificati da etichette dai nomi evocativi: estero vestizione, oppure CFC, acronimo, quest’ultimo che sta per Controlled Foreign Companies. In particolare, l’acronimo CFC identifica un particolare schema utilizzato per contrastare i fenomeni di erosione di base imponibile che consiste nell’assimilare il soggetto estero partecipato ad un soggetto, ai fini fiscali, trasparente (come accade in Italia per i redditi prodotti dalle società di persone), così che il reddito da esso prodotto viene attribuito al soggetto residente partecipante. Indipendentemente dal fatto che gli utili siano distribuiti o meno.

Il contrasto alle pratiche fiscali aggressive, sta interessando più livelli delle organizzazioni internazionali.

A livello OCSE, ad esempio, con l’azione 3 BEPS (Base Erosion and Profit Shifting), a livello di Unione europea, con la direttiva 2016/1164.

Anche il Governo italiano sta intensificando i propri sforzi su questa strada, intervenendo sulla disciplina già esistente per renderla più efficace nel contrasto alle pratiche di erosione di base imponibile realizzata attraverso lo spostamento degli investimenti in paesi con regimi fiscali più vantaggiosi.

Con il Decreto internazionalizzazione (D.Lgs. 147/2015) è stato soppresso l’articolo 168 del Testo unico imposte sui redditi che prevedeva l’applicazione della disciplina CFC anche alle imprese estere collegate. Dunque, per effetto dell’abrogazione le collegate estere non soggiacciono più a tale disciplina.

Con il Decreto Legislativo 156/2015, poi, è stata ridisegnata tutta la disciplina sugli interpelli e, quelli relativi alla disapplicazione sulla disciplina CFC sono stati trasformati da obbligatori in facoltativi. Di conseguenza non è più obbligatorio, per poter disapplicare la disciplina CFC, presentare l’interpello all’Amministrazione finanziaria. Tuttavia, se il contribuente disapplica la disciplina pur in mancanza dell’interpello, diventa obbligatorio indicare in dichiarazione dei redditi tale circostanza specificando se l’interpello non è stato presentato oppure se è stato presentato ricevendo, comunque, una risposta non positiva da parte dell’Agenzia delle entrate.

Con un altro intervento (la Legge di stabilità per il 2016) il Legislatore italiano ha previsto la soppressione dell’elenco dei paesi cosiddetti black list. In luogo degli stessi, per individuare i paesi con regime fiscale privilegiato, è stato introdotto uno specifico criterio che prevede che il livello di tassazione nominale non sia inferiore al 50% di quello italiano. Questo, come ovvio, implica per il contribuente italiano l’onere di determinare, caso per caso, la situazione del singolo paese dove decide di effettuare i propri investimenti, al fine di verificare se, secondo i criteri definiti dal Legislatore italiano quel paese è considerato black list o meno e, dunque, se per gli investimenti che verranno effettuati in detto paese troverà o meno applicazione la disciplina CFC.

All’inizio del paragrafo ho citato un altro concetto quello di esterovestizione. Anche tale concetto evoca la lotta, da parte dell’Amministrazione finanziaria italiana, alla localizzazione all’estero di investimenti con l’unico scopo di sottrarre redditi alla tassazione in Italia o, detto in altri termini, all’erosione della base imponibile italiana.

In buona sostanza con l’esterovestizione, sebbene avente formalmente una sede legale all’estero, una società è considerata fiscalmente residente in Italia al ricorrere di alcune circostanze di fatto: 1) sono controllate, anche indirettamente, da soggetti residenti in Italia; 2) il consiglio di amministrazione o altro organo equivalente è composto in prevalenza da soggetti residenti in Italia.

I due criteri sono alternativi, dunque è sufficiente che venga verificata la sussistenza di uno di essi per considerare una società fiscalmente residente in Italia.

E’ evidente che in un caso (la CFC) e nell’altro (l’esterovestizione), il presupposto per l’applicazione della relativa disciplina è diverso. Nel primo caso, infatti è necessario che nel paese estero di localizzazione il livello di tassazione sia sensibilmente inferiore a quello italiano, mentre nel primo occorre verificare l’esistenza di circostanze di fatto legate ai soci o agli amministratori. Tuttavia il risultato è il medesimo: la tassazione in Italia del reddito prodotto dalla società avente sede fiscale all’estero.

Daniele Di Teodoro
Dottore commercialista - Revisore contabile[:]